Depurazione: rigenerare l’acqua

Atlante dell'acqua 2026

La depurazione rappresenta un vero e proprio ciclo idrico parallelo che intercetta, tratta e restituisce l’acqua all’ambiente. Ma gli impianti sono spesso obsoleti, molti scarichi non vengono trattati e gli inquinanti emergenti non vengono bloccati, compromettendo fiumi, falde e salute pubblica. Rafforzare le tecnologie, migliorare la gestione e valorizzare il riuso dell’acqua depurata apre la strada a una gestione più circolare e resiliente.

In Italia solo il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la legge. La media UE è del 76% ed è superata dalla maggior parte dei paesi.
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In Italia solo il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la legge. La media UE è del 76% ed è superata dalla maggior parte dei Paesi.

La depurazione è il sistema immunitario dell’acqua: invisibile, complesso, spesso dato per scontato, ma indispensabile per la salute delle comunità e degli ecosistemi. Entro il 2030 lo stress idrico e la scarsità d'acqua interesseranno probabilmente metà dei bacini fluviali europei[1], rendendo indispensabile avere cura dell’acqua che abbiamo e di quella che restituiamo all’ambiente ogni giorno. Senza depuratori efficienti, ogni goccia utilizzata nelle città, nelle industrie e nelle campagne tornerebbe all’ambiente carica di sostanze organiche, eccesso di nutrienti, microinquinanti e agenti patogeni. Ma la crisi climatica, la crescita urbana e l’emergere di nuove sostanze contaminanti stanno mettendo sotto pressione un sistema che, in molti paesi — Italia compresa — mostra limiti strutturali e ritardi storici.

Negli ultimi vent’anni l’Unione Europea ha richiamato più volte l’Italia per il mancato rispetto della Direttiva Acque Reflue Urbane (91/271/CEE). Oggi il Paese conta ancora all’attivo tre procedure di infrazione per la depurazione inadeguata e oltre ottocento agglomerati privi di sistemi fognari e depuratori conformi, pari al 28% di quelli a cui si applica la Direttiva del 1991 (oltre i 2000 abitanti equivalenti). Le sanzioni pagate al gennaio 2025, relative alla prima procedura di infrazione, ora chiusa con condanna, superano i 200 milioni di euro[2]: risorse che, unite ai fondi necessari per gli adeguamenti, avrebbero potuto finanziare reti fognarie efficienti, impianti moderni e soluzioni circolari. Ritardi amministrativi, frammentazione gestionale, carenze nella pianificazione e investimenti insufficienti o mal sfruttati mettono in evidenza un divario strutturale tra Nord e Sud, con criticità persistenti in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia.

Le conseguenze hanno un impatto pesante sull’ambiente: scarichi non trattati o trattati male alimentano l’eutrofizzazione costiera, aumentano contaminazioni microbiologiche che incidono sulla salute pubblica e sulla balneazione e compromettono la qualità ecologica dei corpi idrici. Gli scarichi di acque reflue urbane concorrono in modo significativo alla scarsa qualità dell'acqua nel 25% dei fiumi, nel 22% dei laghi e in oltre il 50% dei copri idrici costieri italiani[3]. Anche città grandi e aree densamente popolate mostrano difficoltà: reti obsolete, tracimazioni, impianti privi di trattamenti avanzati, sottodimensionati rispetto ai carichi reali o alle fluttuazioni estive.

A complicare il quadro intervengono gli inquinanti emergenti (farmaci, microplastiche, PFAS, ad esempio), che i depuratori tradizionali non riescono a rimuovere completamente. Anche quando gli scarichi rispettano i limiti di legge, la protezione degli ecosistemi non è garantita. La crescente variabilità climatica aggiunge nuove vulnerabilità e mostrano quanto sia fragile il sistema: le piogge intense saturano le reti fognarie e provocano sversamenti di acque miste non trattate; lunghi periodi di siccità riducono i flussi di diluizione nei fiumi, aumentando la concentrazione degli scarichi.

Le acque reflue sono una risorsa preziosa. In Italia solo il 4% del volume totale delle acque reflue depurate risulta effettivamente destinato al riutilizzo
Le acque reflue sono una risorsa preziosa. In Italia solo il 4% del volume totale delle acque reflue depurate risulta effettivamente destinato al riutilizzo.

Accanto alle criticità, emergono però segnali incoraggianti. Le tecnologie di depurazione avanzata stanno evolvendo rapidamente: trattamenti a membrane, ultravioletti, ozonizzazione e carboni attivi permettono di rimuovere molti contaminanti prima inaffrontabili. Processi di decarbonizzazione biologica riducono le emissioni di gas serra degli impianti, mentre soluzioni basate sulla natura — come zone umide artificiali, bacini di fitodepurazione e sistemi di ritenzione — trasformano la depurazione in un alleato della biodiversità, migliorando anche la resilienza idrologica dei territori. Questi aspetti diventano cruciali ora che l’Italia e gli altri paesi Europei sono chiamati a adeguarsi ai nuovi requisiti della Direttiva sulle Acque Reflue, rivista e aggiornata (Direttiva 2024/3019). Per l’adeguamento degli impianti italiani più grandi si stimano investimenti tra 645 milioni e 1,5 miliardi di euro[4]: una spesa significativa, ma più utile delle sanzioni pagate negli ultimi anni. La nuova Direttiva stabilisce soglie più restrittive per la rimozione dei nutrienti e impone trattamenti avanzati per eliminare un numero maggiore di microinquinanti. Introduce, inoltre, requisiti fondamentali per preparare le acque depurate al riutilizzo, oltre che un capitolo strategico per diversificare le fonti di approvvigionamento idrico per i diversi usi, elemento fondamentale in un Paese dove oltre il 40% dei prelievi totali è destinato all’irrigazione. Con il Decreto del Presidente della Repubblica approvato a novembre 2025 sul riutilizzo delle acque reflue affinate[5], l’Italia ha definito un quadro normativo chiaro per il riuso a fini irrigui, ambientali, civili e industriali, valorizzando esperienze già avviate. In Toscana, Emilia-Romagna, Puglia e Sardegna sono attivi progetti che ricaricano le falde, portano acqua affinata ai campi o alle industrie, riducendo la pressione su fiumi e invasi. In ambito urbano, sistemi duali permettono di utilizzare acqua depurata per lavaggi stradali o irrigazione dei parchi e, in alcune sperimentazioni, per teleriscaldamento e climatizzazione.

La governance resta un nodo critico. La gestione dell’acqua in Italia coinvolge centinaia di enti locali e gestori con capacità molto diverse. La frammentazione rallenta la progettazione, rende complessa l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e ritarda la realizzazione degli impianti indispensabili per uscire dalle irregolarità. Occorre una pianificazione unitaria che integri depurazione, fognatura, drenaggio urbano e tutela dei corpi idrici; investimenti stabili, non emergenziali e maggiore trasparenza sulle performance degli impianti.

Le buone pratiche mostrano che il cambiamento è possibile. A Milano, la modernizzazione del sistema di depurazione ha ridotto drasticamente i carichi inquinanti del Lambro e del Naviglio. In Alto Adige, piccoli impianti montani utilizzano processi di filtrazione naturale per abbattere nutrienti (azoto e fosforo, principalmente) e batteri. In Emilia-Romagna e Veneto, progetti di fitodepurazione integrati con zone umide ripristinate migliorano la qualità delle acque e creano habitat preziosi.

La depurazione non è solo un tema tecnico riservato agli esperti: è una questione di salute pubblica, giustizia ambientale e sicurezza idrica. Ogni scarico depurato correttamente significa fiumi più puliti, mari più sani, ecosistemi più resilienti e comunità più sicure. Governare la transizione verso una depurazione moderna, circolare e climaticamente resiliente è una delle sfide centrali dei prossimi anni.