Spin Time: storia militante di pace, condivisione e accoglienza nel cuore di Roma

Intervista

Chi vive o frequenta Roma ha sentito parlare almeno una volta di Spin Time Labs, cantiere di rigenerazione urbana attivo da quasi 15 anni. In quest’intervista a Paolo Perrini, tra i fondatori e presidente di Spin Time, Luca Boccoli ripercorre la storia di questo spazio di socialità e aggregazione che, nonostante la notorietà raggiunta, continua ad essere costantemente a rischio di sgombero.

Spint Time manifestazione

Chi vive o frequenta Roma ha sentito parlare almeno una volta di Spin Time Labs. Ci troviamo nel cuore di Manzoni, quartiere centrale della capitale, a due passi dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Tra la basilica, meta di pellegrinaggio per i fedeli che vi si recano per venerare un frammento ligneo, attribuito dalla tradizione alla croce di Gesù Cristo, e Spin Time, esperienza di rigenerazione urbana, esiste un legame simbolico. 

Spin Time nasce nell’ottobre del 2013 con l’occupazione di un palazzo di 10 piani e 21.000 mq nel rione Esquilino di Roma, da parte del movimento per il diritto all’abitare Action. Il 2013 è l’anno dello Tsunami Tour, la mobilitazione che vede i movimenti per la casa uniti contro la mancanza di soluzioni al problema abitativo e che porta alla fine dell’anno a quasi 50 nuove occupazioni in tutta la città. L’edificio occupato da Action è stato la sede dell’Inpdap, l’Istituto nazionale di previdenza e assistenza dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, poi confluito nell’Inps[1]. La chiusura degli uffici dell’ente comincia nel 2003 e il definitivo abbandono arriva nel 2010, dopo che lo stabile è diventato oggetto di un processo di cartolarizzazione ad opera della cosiddetta “finanza creativa” del ministro Tremonti. La vendita porta alla sua acquisizione da parte del fondo di investimenti immobiliari Investire SGR consentendo al Gruppo Banca Finnat Euroamerica S.p.A. di incassare oltre 1 miliardo di euro. Con l’occupazione del palazzo di Via Santa Croce in Gerusalemme trovano casa oltre 150 famiglie, ricavandosi delle stanze negli ex uffici e predisponendo su ogni piano bagni e cucine in comune. È solo l’anno successivo, però, che comincia il progetto di Spin Time come “cantiere di rigenerazione urbana”.

Un obiettivo che porta il palazzo ad aprirsi verso l’esterno facendo coesistere la dimensione abitativa con quella dei servizi alla cittadinanza, tanto di carattere sociale quanto culturale.  Nel 2019 la rivista giovanile “Scomodo” entra a far parte della famiglia, raccogliendo la sfida di rigenerare un intero piano per trasformarlo in un centro culturale e nel settembre del 2020, viene inaugurata “La Redazione”. Il 2019 è anche l’anno dei “miracoli”. Il 7 maggio, infatti, cominciano i sei giorni di paura in cui il palazzo rimane al buio senza corrente elettrica e infine senza acqua. Parte una gara di solidarietà che spinge centinaia di persone ogni giorno a recarsi sul posto per portare torce elettriche e pasti caldi, Spin Time diventa un’assemblea permanente. La politica resta a guardare senza battere ciglio, il ministro dell’Interno è Matteo Salvini e la Sindaca di Roma Virginia Raggi. La crisi, alla fine, viene risolta dal gesto di disobbedienza dell’elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewsky, che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare finalmente la luce[2]. La vicenda viene riportata dai media di tutto il mondo e ispira la nascita del film di Sabina Guzzanti “Spin Time! Che fatica la democrazia” uscito nelle sale nel 2021. 

Lo stabile in cui insiste Spin Time non solo è situato nella via che prende il nome dalla Basilica, ma appena varcato il cancello d’ingresso e superata una breve rampa di scale, alzando lo sguardo, si può notare una teca al cui interno sono custoditi due pezzi di travi dell’imbarcazione che naufragò a Cutro, causando la morte di 94 persone[3]. L’iscrizione recita: “Dalla spiaggia di Cutro per non dimenticare mai, per un mondo senza confini con orizzonti comuni”. Quando incontro Paolo Perrini, presidente dell’APS Spin Time, per intervistarlo e gli chiedo una foto da allegare al testo, ci tiene a scattarla lì sotto.  

 

Paolo che significato ha per voi questa teca? 

«Serve per far comprendere a chi entra che non bisogna dimenticare una cosa fondamentale: che nessuno si salva da solo. Che bisogna prendersi cura degli altri, delle loro storie e delle loro fragilità. Questo è l’unico modo per farci uscire da egoismi e paure che ci negano una speranza di futuro migliore a quello che stiamo costruendo con le guerre».

Quando e come nasce Spintime?

«Nasce immediatamente dopo l'occupazione di questo posto che è avvenuta il 12 ottobre del 2013. Da subito, insieme agli occupanti e agli attivisti di Action[4], abbiamo pensato di identificare in questa occupazione un cantiere di rigenerazione urbana, cercando di mettere insieme quelle che all'epoca, ma anche oggi, sono le categorie più “sfigate” del mondo: giovani, poveri e migranti. Abbiamo lavorato soprattutto per sistemare il posto, perché era stato completamente murato e, per impedirne l’occupazione, avevano addirittura rimosso i servizi igienici. Ci abbiamo messo circa un anno per sistemare piano per piano e collocare gli occupanti nelle varie stanze in base ai nuclei familiari. Attualmente ci sono 135 nuclei familiari dal primo al settimo piano, di 27 nazionalità differenti. Il piano terra, il piano meno uno e il piano meno due, che sono 5 mila metri quadrati, adibiti a servizi sociali, culturali e formativi per tutta la città. Tenuto conto che il tutto è circa di 18.600 metri quadrati, quindi 11.600 per l'abitativo e 5.000 per le attività formative».

Spin Time è un unicum non solo a Roma ma anche a livello nazionale. È uno spazio multiculturale che unisce necessità abitativa, attività sociali e artigianali. Prima mi facevi vedere addirittura una cappella multireligiosa in cui pregano contemporaneamente fedeli di credi differenti…

«Il tentativo che portiamo avanti ormai da undici anni è quello di costruire una comunità aperta, accogliente e solidale partendo, come accennavo prima, dall’esperienza di giovani, poveri e migranti. Non è stato semplice ma la prima cosa che abbiamo capito è che per riuscire nell’impresa dovevamo attivare il canale dei saperi. 

Ad oggi dentro a queste mura si sono laureati circa 83 ragazzi provenienti da 25 università di tutta Europa. Hanno scritto le loro tesi vivendo a Spin Time: alcuni per uno o due mesi, altri per sei mesi. Chiara Caciotti, per esempio, ha scritto un libro sulla nostra storia[5] e si è laureata in economia sociale dopo aver abitato qui per due anni. Ora lavora all’università di Napoli. Questo è stato il primo tentativo».

E il secondo? 

«È stato l’apertura nei confronti della Chiesa. È avvenuta in maniera particolare e nasce da un’esperienza comune che negli anni ho avuto nei campi rom con don Zuppi, oggi presidente della CEI e arcivescovo di Bologna. Lì spesso non intervengono le istituzioni, ma realtà come AGESCI, Scuola della Pace e Sant’Egidio. È lì che ci siamo conosciuti e abbiamo costruito un rapporto di fiducia. Lui decise di aprire qui dentro le attività del centro parrocchiale ed è stato uno degli esperimenti che, secondo me, ha funzionato meglio».


Un centro parrocchiale?

«Si. Al suo interno si svolgono attività per i poveri, provenienti dall’esterno ad esempio da Piazza Vittorio e Porta Maggiore. Due volte a settimana vengono distribuiti pacchi alimentari grazie al supporto di Sant’Egidio e del Banco Alimentare. E poi c’è un sostegno alimentare anche per alcune famiglie indigenti che vivono nell’occupazione».

C’è un’altra “questione ecclesiastica” che mi ha colpito. Il laboratorio di opere religiose. Mi spieghi di cosa si tratta?  

«(Ride) È un laboratorio particolare e ogni volta che lo faccio vedere - e lo devo far vedere perché sennò la gente non ci crede - le persone rimangono a bocca aperta. Il centro parrocchiale in collaborazione con l'Accademia delle Belle Arti restaura le opere sacre, perlopiù di stile ortodosso, della Basilica di San Giovanni e della Basilica di Santa Croce».

Quindi opere antiche che vengono restaurate e poi ricollocate all'interno delle Basiliche. 

«Esatto. E poi si realizzano anche altri oggetti di artigianato artistico-sacrale. Ma non solo. Abbiamo anche una falegnameria, una barberia, una camera oscura che sviluppa in bianco e nero e una serigrafia dove stampiamo le nostre magliette. È successo perfino che il SIP, il sindacato di polizia di Pisa, insieme alla CGIL, sia venuto qui per un’iniziativa. Hanno visto la serigrafia e hanno ordinato dei fazzoletti per una loro manifestazione. Questo è il senso dell’intreccio e della contaminazione dei posti aperti».

Il vostro rapporto “ufficiale” con la Chiesa nasce da un evento particolare. Me lo vuoi raccontare?

«È nato attraverso una lettera che scrissi come Action. Era il 2015, l’anno della Misericordia e la chiesa aveva aperto dei luoghi per i pellegrini. Io avevo chiesto che quei luoghi, una volta terminato il turismo religioso, fossero assegnati alle persone povere. La inviai a Papa Francesco tramite alcune suore che lavoravano a Santa Marta. Lui la lesse e dopo due settimane ci mandò una risposta scritta».

E cosa rispose?

«Disse che riconosceva il valore sociale di Spin time e che avrebbe preso in considerazione la nostra proposta. Ci dispensò persino la benedizione apostolica. Io non lo sapevo, ma non era una benedizione comune. La benedizione apostolica la si dà quando si crede veramente in quello che si sta dicendo. Lui ha addirittura voluto che Spintime ospitasse il quinto incontro ufficiale dei movimenti popolari».

E Leone XIV? 

«Papa Leone ci ha citato durante un discorso e ha detto senza giri di parole che sta dalla nostra parte. Abbiamo saputo che chi ha fermato lo sgombero di Spin Time non è stato il sindaco Roberto Gualtieri ma il Papa. A febbraio scorso al termine del giubileo, Leone XIV incontrando Gualtieri gli ha posto tre domande. Una delle tre domande è stata su Spin Time. Gualtieri non se l’aspettava». 

Roma sta rischiando di diventare la capitale della speculazione come già successo a Milano. Perché secondo te la politica non riesce, o non vuole, valorizzare l’esperienza di posti come il vostro?

«Perché a cambiare sono i parametri con cui la politica legge la realtà. Oggi la politica è diventata serva dell’economia e a comandare sono i soldi. Chi comanda nel mondo? Chi è legato al denaro. E come ragionano? Su cosa fanno le guerre? Sui soldi. Non sulla libertà o sulla resistenza. Ed è veramente un macello. Ti faccio un esempio concreto: il nostro caso. La proprietà di questo stabile è di Investire SGR, una società del gruppo Banca Finnat. Questi fondi nascono dentro quel processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico avviato negli anni delle cartolarizzazioni immobiliari legate alla cosiddetta legge Tremonti. In tutta Italia centinaia di immobili pubblici sono stati trasferiti a fondi immobiliari che, formalmente, hanno una funzione pubblica ma operano secondo logiche di mercato.

Il risultato è che il vuoto rende più del pieno. Così, anche se Roma è piena di patrimonio pubblico e privato abbandonato, diventa difficilissimo realizzare progetti sociali o culturali.

Prendi il caso del Cinema Apollo: dentro c’è ancora amianto e, da quello che sappiamo, non ci sono i soldi nemmeno per rimuoverlo. Oppure pensa all’immobile che, in gergo a Roma, chiamiamo Dente Cariato[6]: stessa situazione. Intanto gli unici modelli che avanzano sono i social hub o i grandi progetti immobiliari, che però di vera rigenerazione urbana hanno ben poco.

Abbiamo saputo che Roma REgeneration — una piattaforma che mette insieme grandi investitori immobiliari e finanziari, tra cui soggetti legati alla holding immobiliare Caltagirone, BlackRock e Investire SGR — starebbe lavorando insieme al Comune a un piano trentennale da oltre 140 miliardi di euro per trasformare Roma. E gli esempi fanno rabbrividire: pezzi dell’Appia Antica trasformati in campi da golf e piscine, turismo di lusso, alberghi a cinque stelle. Questa sarebbe la loro idea di rigenerazione urbana. Come i social hub: stanze a 1.500 euro al mese. Oppure il progetto di Piazzale delle Province, sempre legato a Investire SGR: lì c’era un’occupazione simile alla nostra. Il palazzo è stato demolito e al suo posto sorgeranno un hotel a cinque stelle e appartamenti di social housing con monolocali a prezzi da capogiro[7]».

Hai affermato che secondo te oggi in politica governano i soldi. Ma non è sempre stato così? 

«La situazione è peggiorata perché la politica ha perso una forma di linguaggio nei confronti della gente. Ti faccio l'esempio sul “no” al Referendum sulla giustizia del marzo scorso: è stata una cosa eccezionale, però secondo me i primi a non averci creduto erano i politici del cosiddetto campo largo. Erano quelli che dicevano “tanto perdiamo”. E secondo me, il fatto che è andato votare oltre il 58% degli elettori, a fronte di percentuali molto più basse alle ultime tornate elettorali, dovrebbe far riflettere. Le persone non credono più nella politica, soprattutto le fasce più deboli».

Come si può ribaltare questo paradigma? 

«Bisogna trovare nuove forme di comunicazione tra realtà sociali, abitative e politiche. Per esempio, noi stiamo lavorando all’idea delle agorà: spazi dove chi vive un territorio possa confrontarsi con chi lo amministra. Ma è difficile, soprattutto per la perdita di credibilità delle forze politiche».

In giro per l’Italia ci sono realtà che hanno preso spunto dalla vostra esperienza?

«La rivista giovanile Scomodo[8], che ha la redazione qui dentro, si sta ampliando e sta aprendo nuove sedi in giro per l’Italia. A me interessa soprattutto questo: il fatto che ci siano ragazzi e ragazze che provino a costruire spazi di aggregazione e socialità. Grazie al loro lavoro riescono ad avvicinare anche giovani di quartieri come Tor Bella Monaca o Torre Angela, perché trovano uno spazio dove stare insieme e sentirsi più liberi. Secondo me il punto è proprio questo: costruire forme di socialità che non siano rigidamente identificate dal punto di vista politico. Perché quando un luogo viene etichettato politicamente, c’è sempre il rischio di trasformarlo in una gara identitaria invece che in uno spazio aperto».

Paolo Perrini, presidente dell’APS Spin Time

Spin Time, quindi, è un modello replicabile? 

«Ogni volta che mi pongono questa domanda mi imbarazzo. Perché da una parte è vero che tante persone vengono qui proprio per capire come funziona questa esperienza, però dall’altra mi carica anche di responsabilità. Mantenere in piedi un posto del genere non è affatto semplice».

Cosa servirebbe per dare un futuro stabile a Spin Time?

«Dal mio punto di vista mettere in pratica quello che ho fatto inserire nell’articolo 1 comma 4 della legge regionale sulla rigenerazione urbana[9], ovvero privilegiare i progetti sperimentali e innovativi. Qui dentro esiste un’economia artigianale e sociale che va tutelata. Stavamo ragionando, per esempio, sulla possibilità di regolarizzare tutte le attività lavorative presenti: dalla cucina, con le certificazioni HACCP e la formazione professionale, fino agli altri laboratori e attività artigianali. Secondo me questo potrebbe diventare un vero esperimento di economia sociale. Inoltre, Open Impact — un gruppo di ricerca che coinvolge l’Università di Tor Vergata, la Scuola Normale Superiore di Pisa e la Bocconi — ha realizzato uno studio[10] sull’impatto sociale ed economico di Spintime. Adesso stiamo aggiornando quel report proprio per capire meglio come mettere in relazione economia sociale ed economia reale».

A quanto ammonterebbe il valore di Spin Time se fosse regolarizzato? 

«Oltre 70 milioni di euro comprendendo tutte le attività che si svolgono all’interno».

Il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire Investire SGR con 21 milioni di euro, oltre a 217 mila euro mensili, per il mancato sgombero di Spin Time Labs. Cosa puoi dirmi su questa sentenza?

«Abbiamo appreso che il Ministero degli Interni si è appellato per cui abbiamo tempo fino alla Cassazione. È vero che è un prezzo alto, ma quanto sarebbe costato alla comunità l'assistenza alloggiativa per 140 nuclei familiari per 13 anni tenuto conto che il Comune di Roma paga 2600 euro al mese per ogni assistenza alloggiativa di 14 metri quadrati?». 

Quindi anche dal punto di vista economico, allo Stato conviene mantenere una realtà come Spintime invece di restituire tutto al fondo immobiliare. 

«Esatto. E invece spesso veniamo trattati come se stessimo sottraendo qualcosa alla collettività. Voglio raccontarti una storia. Fratelli d’Italia aveva tentato di fare una raccolta firme chiedendo il nostro sgombero. I commercianti e i supermercati della zona si sono opposti e quindi poi hanno desistito nell’andare avanti. Perché noi abbiamo anche generato un’economia locale grazie al movimento di centinaia di persone ogni giorno che vivono e attraversano questo spazio. Se questo luogo chiude, chiudono anche le attività limitrofe».

Se dovessi raccontare una storia simbolica di questi undici anni di Spintime, quale sceglieresti? Un incontro, una persona, qualcosa che ti è rimasto particolarmente dentro.

«Secondo me la vera gioia di questo palazzo sono i giovani.  C’è una ragazza, Sara, che oggi è maggiorenne e che puoi tranquillamente citare. I suoi genitori sono marocchini e la si vede quando aveva circa dieci anni anche nel film di Sabina Guzzanti che parla di Spin Time[11]. È una ragazza tostissima e credo abbia interiorizzato completamente il senso di Spintime. Ha realizzato una mostra fotografica dedicata ai bambini e ai ragazzi del palazzo. Ha raccontato attraverso quelle immagini tutte le attività dei più piccoli. Nel frattempo, è diventata un’attivista, frequenta il liceo Plinio e quest’anno si diploma.

Sono andato insieme a Sabina Guzzanti a presentare il film proprio al Plinio e lì molti hanno riconosciuto Sara da bambina. E ti dirò: dentro quella scuola era lei che trascinava gli altri, organizzava, prendeva iniziative. Mi ha impressionato. A un certo punto ha scritto anche una lettera a Papa Francesco e il Papa ha voluto incontrarla personalmente per ringraziarla. È davvero una ragazza in gamba. E come lei ce ne sono tanti altri. Penso anche ai ragazzi che frequentano la scuola d’italiano o a quelli che il sabato vengono qui semplicemente per stare insieme. Questo posto, per loro, rappresenta uno spazio di libertà».


Forse è proprio questo che fa paura di un posto come Spintime. Viviamo in una società che tende continuamente a dividerci, alimentando conflitti e contrapposizioni. Qui invece si prova a costruire il contrario: accoglienza, pace, multiculturalismo. Forse è anche questa idea di società diversa, oltre agli interessi economici e alla speculazione, a spaventare.

«C’è un episodio che non dimenticherò mai. Durante le riprese del film, Sabina Guzzanti fece una domanda ai ragazzini del palazzo. Gli chiese: “Vi sentite in difetto rispetto ai vostri compagni di scuola della Di Donato?”. Loro risposero di no. Anzi, dissero che erano gli altri a essere “sfigati”, perché qui dentro loro potevano vivere liberamente, fare esperienze, stare insieme come volevano. Secondo me quello è il vero senso della libertà. Un posto lo capisci guardando gli sguardi dei bambini e delle donne. Se hanno uno sguardo vivo, allora quel posto è sano. Se invece gli sguardi sono spenti, allora c’è qualcosa che non va. È questa la vera cartina tornasole».

Dopo tutti questi anni di lotta sei ancora fiducioso nel futuro?

«Sì. Proprio perché continuo a credere nella forza dei giovani».

Un appello finale da rivolgere a chi leggerà questo articolo? 

«Di continuare a sognare ribelle per costruire orizzonti comuni».